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Cipro, il ricatto tedesco
Nicosia. Proteste per il prelievo forzoso bocciato il 19 marzo dal parlamento cipriota. I manifestanti si chiedono se il prossimo sarà l’Italia. (Patrick Baz/Afp/Getty Images)
Sul salvataggio di Cipro, alla luce dei recenti sviluppi, non vale il classico interrogativo: dove sta l’errore? L’Ue deve piuttosto chiedersi se sia stato fatto qualcosa di giusto in mezzo a tante sciocchezze.
Eh sì, perché di enormi sciocchezze gli investitori internazionali, i cittadini e il governo ciprioti, molti soggetti dentro la stessa Ue hanno avuto piena contezza nelle ore seguite al varo del piano di salvataggio dell’isola.
PRELIEVO FORZOSO, MISURA SCIAGURATA. Mai si era visto, finora, un salvataggio che prevedesse una misura sciagurata quale il prelievo forzoso dai conti correnti dei cittadini. Si è obiettato: in fondo, non è quello che è accaduto nel ’92 in Italia con la drastica manovra finanziaria di Amato? Sì, certo, ma con la «piccola» differenza che in quel caso la scelta vessatoria per i correntisti fu posta in essere da un governo nazionale nella sua libera determinazione delle scelte di finanza pubblica (libera dal punto di vista formale, anche se condizionata certamente dalla situazione di emergenza dei conti pubblici).
IL RICATTO DELLA GERMANIA. Nel caso di Cipro, invece, la volontà di mettere mano ai risparmi dei correntisti è riferibile a un preciso soggetto, esterno rispetto ai governanti ciprioti: la Germania. Già, perchè è la Germania, non la sola Merkel (lo spiegava bene Paolo Valentino, ex corrispondente del Corriere della sera da Berlino, a Mario Platero, nel corso della trasmissione radiofonica America24 del 19 marzo), a non volere che il salvataggio di Cipro e delle sue banche lasci impregiudicate le posizioni finanziarie dei privati risparmiatori di quel piccolo Paese. Non solo, la RFT non ha intenzione di lasciare che siano il governo ed il parlamento cipriota a scegliere come e dove trovare i danari da rastrellare per assicurare il contributo al risanamento richiesto dall’UE.
19 marzo 2013, Nicosia. Cipriota in coda per prelevare contanti. (Yiannis Kourtoglou/AFP/Getty Images)
LA PAURA DEI CORRENTISTI IN TUTTA UE. Il risultato di questa imposizione, che lascerà strascichi non indifferenti nei rapporti tra Nord e Sud dell’Ue, tra ricchi e poveri della, non più allegra, famiglia dell’Eurozona, è che tutti i correntisti dei Paesi finanziariamente instabili saranno indotti a non tenere più in banca quote significative dei loro risparmi, ma a dirottarli verso altre forme di investimento (Libero di Belpietro ha impostato su questo tema l’edizione odierna).
I SALVATAGGI NON SONO GRATIS. Non solo, ma, come sta emergendo tra gli analisti finanziari in queste ore (ne da’ notizia MilanoFinanza), il messaggio che è stato veicolato dai «padroni» dell’UE attraverso il salvataggio cipriota è anche un altro, e ben più incisivo: scordarsi che i costi dei salvataggi bancari possano essere, in qualche misura, mutualizzati, e quindi accantonare l’idea che il Fondo Salva Stati possa ricapitalizzare direttamente gli istituti di credito, senza che sia il Paese in cui questi hanno sede a chiedere il salvataggio, con i conseguenti oneri.
MERKEL SI NASCONDE DIETRO LA TROIKA. Insomma, a destare preoccupazione per il futuro non è, com’è peraltro evidente per le piccole dimensioni economiche di quel Paese, il salvataggio di Cipro, quanto le linee di azione dell’UE prefigurate per eventuali, future emergenze in altri Paesi, e decise da chi all’interno di questa ha più voce e forza. Con l’ulteriore aggravante che, ora, chi davvero decide (la Germania) non ha neppure più il coraggio di metterci la faccia: ieri, a chi le chiedeva di Cipro, la cancelliera tedesca diceva di rivolgersi alla Troika (Commissione UE, BCE, FMI), come se la Germania fosse del tutto estranea a quanto era successo nelle ore precedenti.
UN PRECEDENTE ALLARMANTE. Sarà il caso di Cipro, per valenza simbolica, una piccola Grecia, in termini di precedente nella gestione dei salvataggi? Il rischio che sia proprio così esiste, ed è inutile negarlo: in entrambi i casi, non si è voluto porre rimedio per tempo ed in modo efficace a due situazioni non difficilmente risolvibili, ma le si vuole elevare al rango di exempla per gli altri. Con il rischio che, così procedendo, tra non molto di esemplare rischieremo di avere soltanto il collasso del sistema economico-produttivo e, conseguentemente, del tessuto sociale dell’UE.
Eurozona, una crisi tira l’altra
L’anno nuovo è iniziato, lo spread BTP/Bund è finalmente calato ben al di sotto dell’obiettivo che il Presidente Monti ha confessato di essersi prefisso per la conclusione del suo mandato (287 o giù di lì), la situazione della Grecia (o quella delle casse dello Stato greco, per meglio dire) pare evolvere positivamente, dopo la parziale ristrutturazione del debito dei mesi scorsi e la nuova tranche di aiuti sbloccata l’altro ieri dal FMI, all’esito del completamento della seconda review l’Irlanda è tornata a collocare titoli pubblici sul mercato dopo il salvataggio di cui ha beneficiato.
EUROZONA: CONTI PIÙ STABILI, MA NON CRESCE. Insomma, le tessere del complesso mosaico della stabilità economico-finanziaria dell’area Euro sembrano gradualmente tornare al proprio posto. Eppure, qualcosa di non positivo continua a persistere nello scenario che caratterizzerà la situazione dell’Eurozona da qui ai prossimi mesi. Questo quid di non positivo è l’assenza di crescita in alcuni Paesi e, fatto nuovo, il rallentamento della crescita anche in Paesi ritenuti, fino a qualche tempo fa, in piena salute, tra cui la Germania.
IL CASO ITALIA: POLITICHE CHE HANNO CONTRATTO IL PIL. Le ragioni di tale tendenza sono molteplici: in alcuni casi, trattasi di effetto indotto da politiche fiscali ed economiche pro-cicliche che, per accelerare il risanamento delle finanze pubbliche, sono state perseguite, pur nella consapevolezza che queste avrebbero aumentato, se non addirittura indotto (vi è più di qualche ragione per ritenere fondata anche quest’ultima ipotesi), una contrazione del Pil (è il caso dell’Italia).
IL CASO GERMANIA: L’ERRORE DI PUNTARE SOLO SU EXPORT. In altri casi, trattasi di Paesi dalle finanze pubbliche solide che, avendo puntato ad una prospettiva di sviluppo tutta incentrata sull’export, specie verso i BRICS, al minimo rallentamento della domanda in qualche Stato «cliente», hanno avvertito il colpo con un rallentamento della produzione (v. Germania).
10 gennaio 2013, Francoforte. Il presidente della Bce Mario Draghi alla cerimonia di presentazione della nuova banconota da 5 euro. (Epa/Boris Rosessler)
CURARE LE FINANZE, TRASCURARE ECONOMIA REALE. Guarire le finanze pubbliche senza preoccuparsi di curare anche la salute dei sistemi economico-produttivi e dei portafogli dei cittadini europei si sta, insomma, rivelando una strategia incredibilmente miope. Quelle stesse agenzie di rating e quegli operatori finanziari i cui tormenti sui debiti sovrani dei Paesi UE e sulla tenuta della moneta unica paiono esser stati definitivamente sedati dalla determinazione della BCE nel difendere strenuamente e l’Euro e le economie dei Paesi membri potrebbero, domani, riacuirsi, senza un valido ombrello di difesa, qualora un nuovo (non auspicabile) collasso delle economie europee si manifestasse per cause strutturali insite nell’economie reale, ossia nella caduta della produzione industriale e dei consumi nei vari Paesi UE.
URGENTE INVESTIRE IN SPESA PRODUTTIVA. Ecco perché la strategia di breve periodo finora seguita dall’UE tutta volta a promuovere, nle minor tempo possibile, l’accelerazione del risanamento delle finanze interne dei singoli Paesi dell’Eurozona e il mantenimento per il futuro di tale tendenza, con la gabbia del fiscal compact non accompagnata da alcuna seria strategia europea di rilancio degli investimenti in spesa produttiva va, e con rapidità, corretta.
Il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard. (Yoshikazu Tsuno/Afp/GettyImages)
BLANCHARD: TAGLIARE LA SPESA AGGRAVA RECESSIONE. Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale ed autore cattedratico, ha in questi mesi insistito con forza nel sottolineare l’effetto moltiplicatore sul ciclo economico, in termini negativi, non soltanto dell’accentuazione del prelievo fiscale, ma anche, secondo i suoi studi, dei tagli alla spesa. In altri termini, tagliare la spesa pubblica quando l’economia è in recessione aggrava la congiuntura economica sfavorevole.
UN GIUSTO MIX TRA RISANAMENTO E SVILUPPO. La dottrina economica non è concorde sugli esiti cui perviene Blanchard, e tuttavia, giungendo le sue tesi non da uno sprovveduto, ma da un autorevolissimo studioso che è solito supportare le sue posizioni scientifiche con adeguati studi econometrici, quantomeno il dubbio che egli possa aver ragione si sta sempre più diffondendo. Il che, beninteso, non può portarci a ritenere che Paesi iper-indebitati come l’Italia possano rallentare il risanamento: ma, certo, può indurci a ritenere più corretto accelerarlo nella fase economica di espansione e perseguirlo in maniera meno sostenuta quando il ciclo economico è sfavorevole.
FLESSIBILIZZARE IL FISCAL COMPACT E INVESTIRE. E, ugualmente, concordare sull’analisi di Blanchard non implica smantellare il fiscal compact, ma certo consiglia di rendere i suoi vincoli più sensibili al ciclo economico e di accompagnarlo ad una robusta politica europea di investimenti per rilanciare la domanda pubblica, in fasi economiche fiacche come quella attuale. Se tutto questo non sarà fatto, rischiamo di ritrovarci, a crisi finita, dinanzi ad un’Europa sempre meno ricca, sempre meno coesa dal punto di vista sociale, e con pezzi significativi della sua industria definitivamente persi.
Frau Merkel e l’autolesionismo europeo
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L’Empire State Manufacturing Survey è un indice mensile elaborato dalla Federal Reserve Bank of New York. .
Il 2013 è iniziato in maniera estremamente positiva per i mercati azionari e obbligazionari, ma rischia di aprirsi con gli stessi problemi di prima a livello economico. Martedì 15 gennaio, infatti, è arrivato un pericoloso campanello d’allarme dagli Stati Uniti.
LE DIFFICOLTÀ USA. L’indice Empire Manufacturing, che misura la fiducia degli imprenditori manifatturieri dell’area di New York, è rimasto abbondantemente negativo anche nel mese di gennaio. Questo significa che gli imprenditori newyorkesi rimangono sostanzialmente pessimisti sull’andamento dell’economia nei prossimi mesi, nonostante l’accordo tra Casa Bianca e Congresso che ha evitato il Fiscal Cliff. Non è assolutamente un buon segnale, anche perché ormai da mesi la Fed sta iniettando copiosa quantità di moneta nel sistema americano, il quale si comporta come un malato che non sta malissimo ma da un po’ di tempo non reagisce più alle cure.
L’ECONOMIA TEDESCA IN FRENATA. In Europa, anche la Germania sta sperimentando un fortissimo rallentamento della sua attività economica. Per il momento fa impressione solo agli economisti, poiché la crescita tedesca era talmente forte che, prima di diventare recessione, può permettersi una frenata consistente. Tuttavia gli ordini alle aziende tedesche stanno crollando di quasi il 4% su base annua e questo significa che la produzione industriale rischia di fare la stessa cosa nei prossimi mesi.
BERLINO DEVE APRIRE A STIMOLI ECONOMICI. Frau Merkel è balzata in testa nelle preferenze rispetto al suo futuro avversario politico Steinbruck, ma la sua politica tutta rigore e sacrifici inizia ad avvelenare anche la congiuntura di casa sua. Non è un caso se nelle ultime settimane, nei minuti successivi alla pubblicazione dei dati macroeconomici tedeschi, le borse abbiano mostrato un leggero miglioramento della loro tendenza, dimostrando di contare proprio sul peggioramento dell’economia germanica per far sì che finalmente Berlino si svegli e si decida a non ostacolare i necessari stimoli di cui ha bisogno anche l’Europa.
INIEZIONI DI LIQUIDITÀ DELLE ALTRE POTENZE. Il rischio economico che l’Unione Europea corre nelle ultime settimane si è aggravato, perché gli Stati Uniti e il Giappone hanno iniziato un massiccio programma di iniezione di liquidità nelle loro economie e probabilmente il futuro leader della Bank of England farà la stessa cosa nel Regno Unito. Anche in Cina, sia pure in maniera meno diretta, si sta pompando moneta nel sistema, mediante una politica più morbida verso le riserve bancarie.
IL RISCHIO DI UN EURO TROPPO FORTE. Perciò l’Europa dei «nein» della Merkel rischia di trovarsi a corto di benzina nel momento in cui i principali concorrenti stanno facendo il pieno e, per giunta, con un Euro che potrebbe rafforzarsi molto (in virtù del rigore di bilancio) e diventare una moneta troppo «svizzera» per essere competitiva commercialmente.
10 gennaio 2013, Bruxelles. Jean-Claude Juncker, Primo ministro lussemburghese e Presidente dell’Eurogruppo durante il suo intervento davanti alla Commissione Affari economici e monetari del Parlamento Ue. (Georges Gobet/Afp/Getty Images)
TROPPO RIGORE, CRESCE IL MALESSERE. Non è un caso che nei giorni scorsi il presidente dell’Eurogruppo Juncker, solitamente pacato, abbia usato parole feroci contro l’elevato tasso di disoccupazione all’interno dell’Unione Europea e abbia lanciato l’idea di un salario minimo garantito. Difficile non leggere in tanta durezza un chiaro monito alla Germania e agli altri Paesi del Nord contro il sempre più ingiustificato atteggiamento di rigidità. L’insofferenza popolare contro il rigore cresce in tutti Paesi dell’Euro.
L’AGGRESSIVITÀ COMMERCIALE ASIATICA. La politica del governo Merkel (e delle lobby che lo orientano, Bundesbank in testa) ha sovrastimato il contributo positivo che i Paesi emergenti possono dare all’economia tedesca in presenza di un mercato europeo che si contrae e di uno americano che balbetta. Oltretutto il governo Abe vuole riportare il Giappone fuori dalla recessione ormai venticinquennale e, soprattutto, restituirgli fiducia, la quale potrebbe diventare rapidamente aggressività commerciale (favorita dalla volontà di deprezzare lo Yen a tutti i costi), la stessa che mostra la Corea del sud e che la Cina non perderà con il nuovo leader Xi Jinping, affiancandola anzi con una maggior maturità economica e un’accresciuta capacità di competere a livello tecnologico medio-alto.
IL PIANO MERKEL IGNORA LE DINAMICHE GLOBALI. Il piano della Merkel sarebbe stato (quasi) perfetto in un mondo immobile e rassegnato, privo di dinamiche politiche ed economiche. Ma, in un mondo in cui i Paesi emergenti aspirano ad emergere il più rapidamente possibile, puntare tutto su una sola area geografica, per giunta lontana, disinteressandosi dei vicini più prossimi (o addirittura vessandoli) è presuntuoso e miope, vizio che ogni tanto nella storia colpisce qualche leader tedesco, arrecando gravi danni a tutta l’Europa.
Eurozona 2013, tornare a crescere
L’Eurozona brinda allo scampato pericolo dopo un 2012 vissuto pericolosamente. Il cordone sanitario con cui è stato imbrigliato il debito greco ha dato i sperati segnali di tenuta (vedi il successo del buyback ellenico) e l’avvio della vigilanza bancaria europea, quale tappa del percorso che porterà verso un’Unione bancaria europea, ha rivitalizzato il processo di integrazione dell’eurozona stressato da continui e schizofrenici stop and go. Ovviamente, i problemi restano tutti sul terreno. Il sollievo, misurato anche dai differenziali con i Bund tedeschi in discesa, è dovuto allo scampato worst case scenario: ovvero la prospettiva che ha dominato per tutto l’anno come uno spettro i mercati, le istituzioni e le cancellerie europee, che la Grecia fallisse e con essa venisse meno l’intera costruzione dell’Euro.
Ma, come dicevamo, l’agenda 2013 è colma di insidie. E il monito del ministro delle finanze greco, l’economista Yannis Stournaras, che la Grexit – l’uscita della Grecia dall’Euro – è un evento che può ancora verificarsi, ricorda che l’emergenza non è finita.
Per fare il punto sulle insidie del prossimo anno, vi proponiamo l’intervista di Zsolt Darvas, economista ricercatore presso Bruegel, think tank europeo specializzato in economia con sede a Bruxelles. «La più grande preoccupazione per il 2013» – secondo Darvas – «riguarda la crescita o meglio la mancata crescita dei Paesi dell’Europa del sud. Tutte le previsioni sono state riviste al ribasso ad ogni aggiornamento». Sorvegliate speciali, per forza di cose, Grecia e Spagna il cui tasso di disoccupazione al 25% mina lo stesso processo di risanamento fiscale indispensabile per la loro permanenza nell’Eurozona. «Le riforme strutturali» – continua Darvas – «comportano pesanti sacrifici immediati quando invece i benefici si vedranno solo nel medio o lungo periodo». Le tensioni sociali, legate alla mancata crescita, potrebbero perfino innescare una crisi politica tale «da far collassare il governo di Atene, aprendo le porte alla destra estrema che, se giungesse al potere in Grecia, comprometterebbe la cooperazione tra Bruxelles e Atene».
Atene, nuova Weimar d’Europa
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Nei giorni scorsi la Grecia è stata nuovamente salvata dalla Troika, ovvero dall’Unione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale Europea. Sotto la pressione energica del Fondo Monetario Internazionale, al cui interno i maggiori Paesi emergenti sono assolutamente scontenti dell’eccessivo coinvolgimento in Europa, l’Eurogruppo ha varato un paniere di provvedimenti che prevedono un taglio dei tassi di interesse sui prestiti concessi alla Grecia, l’allungamento delle scadenze delle linee di credito, una moratoria sul servizio del debito (c’è una sospensione del pagamento degli interessi) e una delicata operazione di riacquisto di titoli greci sul mercato (anche se non si è ancora capito bene con quale denaro la Grecia dovrebbe effettuarlo).
UN SALVATAGGIO NON DEFINITIVO. Dunque sembrerebbe che sia stata trovata la soluzione a questo enorme problema socioeconomico, che inizia anche ad avere risvolti umanitari. Ma una rapida riflessione su alcune cifre dimostra che non è affatto così. Innanzitutto l’ennesima cancellazione di una parte del debito è, a tutti gli effetti, un’insolvenza, la quale non viene chiamata default semplicemente perché è concordata con i propri debitori, ma questi ultimi subiscono comunque una perdita.
DEBITO TAGLIATO PER EVITARE IL DEFAULT TOTALE. Senza questo taglio il debito greco sarebbe cresciuto fino al 176% del prodotto interno lordo entro il 2012, al 189% entro il 2013 e, all’inizio del 2014, avrebbe superato il 200%. A quel punto sarebbe stato il default totale. Chi possiede alcune minime nozioni di matematica finanziaria sa che il debito tende ad esplodere quando supera un certo livello di ammontare o di costo, cioè di tasso di interesse che viene pagato su di esso. Nel caso della Grecia l’esplosione potrebbe arrivare fino a produrre un danno da 400 miliardi. Con l’ultimo taglio concesso il debito greco scenderà al 124% del prodotto interno lordo alla fine di quest’anno.
NON SI FERMA IL CROLLO DEL PIL GRECO. Tuttavia il problema non è più solo la velocità con cui cresce il debito, ma anche quella con cui decresce il reddito, cioè il prodotto interno lordo greco. Infatti la spaventosa, disumana e spesso raffazzonata politica economica che è stata imposta al Paese ellenico ha fatto crollare la ricchezza nazionale, perché ha imposto un forte taglio dei redditi da lavoro nel settore pubblico, un altrettanto forte taglio delle pensioni e un aumento generalizzato delle tasse. Tutto ciò ha provocato una fortissima contrazione dei consumi. Tutto ciò rappresenta un calo della ricchezza generata annualmente.
LA CURA LETALE DELLA TROIKA. Ed è qui che la cura della Troika si sta rivelando essere un salasso mortale. In pratica si stanno togliendo risorse a colui al quale se ne chiedono di più. Ecco perché appare del tutto fuori da ogni logica l’ipotesi che la Grecia possa generare un avanzo di gettito fiscale rispetto alla spesa pubblica pari al 4,5% del prodotto interno lordo entro il 2014. Questo ambizioso obiettivo è stato rinviato al 2016. Ma anche così è un risultato di politica fiscale da Cina, non da paese massacrato dal rigore.
I NUMERI DELLA CATASTROFE. La dimostrazione viene dei numeri di questa catastrofe. Infatti alla fine del 2011 il debito pubblico greco era pari a 356 miliardi di euro. Dopo una prima ristrutturazione, ovvero un primo taglio di 106 miliardi, 10 mesi dopo il debito era sceso solo a 340,6 miliardi, dunque circa 90 miliardi sono stati bruciati. Da cosa? Dalla recessione, cioè dall’incapacità di produrre un reddito sufficiente a coprire la spesa pubblica, la quale continua ad essere ferocemente tagliata, continuando così ad abbattere il reddito stesso, in un circolo vizioso che non è esagerato definire mortale.
FUGA ALL’ESTERO DEI LAVORATORI GRECI. Ma i problemi, purtroppo, non finiscono qui. Pare infatti che stia accelerando l’emigrazione dei lavoratori greci verso altri Paesi, soprattutto verso la Germania. Ma questo significa che il loro lavoro non sarà più contabilizzato nel prodotto interno lordo greco, ma in quello tedesco, per il semplice fatto che, una volta trasferitosi in Germania, il lavoratore greco farà spesa in un supermercato tedesco invece che in uno greco.
GETTITO FISCALE PIÙ ALTO DELLA SPESA PUBBLICA: OBIETTIVO IMPOSSIBILE. Pertanto, se il reddito nazionale greco rischia seriamente di ridursi ancora nei prossimi anni, come si può far sì che il gettito fiscale superi la spesa pubblica sei redditi che lo generano si saranno ulteriormente ridotti o trasferiti in un altro Paese? Probabilmente solo a costo di tagli ancora più feroci, che forse sarebbero persino impossibili da realizzare, dato che si rischierebbe una sommossa.
ATENE COME WEIMAR. E pensare che la Germania non voleva che in Europa si creassero situazioni alla Weimar. Ebbene, la Troika è riuscita a creare qualcosa di simile in Grecia. In ogni caso in questo momento è veramente difficile pensare che le finanze pubbliche greche possano arrivare a generare nel 2016 un avanzo primario del 4,5%. In altre parole, andando avanti di questo passo la Grecia continuerà a cadere in un default dopo l’altro.
USCIRE DALLA CRISI: NUOVA STRATEGIA SUL DEBITO E INVESTIMENTI. Come si potrebbe risolvere questo problema? Con un mix di provvedimenti, che vedano ulteriori remissioni di quote del debito pubblico, che sostituiscano maggiormente o del tutto le emissione di titoli pubblici greci, i quali pagano tassi di interesse insostenibile, con emissioni di titoli comunitari (come ad esempio quelle dei fondi Efsm o Esm), le quali pagano tassi bassissimi, alla tedesca. Ma non basterebbe ancora. Sarebbe anche necessario attirare investimenti in Grecia, facendo costruire ai lavoratori locali (quindi pagando redditi in Grecia) le infrastrutture che mancano o che vanno ammodernate e stimolando il più possibile l’investimento delle aziende europee in quello sfortunato Paese. In questo modo, dopo un periodo non breve di purgatorio, la Grecia potrebbe lentamente ricominciare a camminare con le proprie gambe, nella speranza che abbia imparato la lezione.
RECESSIONE CAUSATA DA SUPERFICIALITÀ E INFLESSIBILTÀ. Il rigore alla tedesca sta aggravando la recessione in tutti Paesi europei. Sta creando enormi tensioni sociali. Sta creando problemi alla stessa Germania. Ma contro la Grecia si è usato finora un micidiale mix di superficialità e inflessibilità, due peccati mortali per politici che appartengono a un continente, l’Europa, che si vanta di far scuola di politica.
Il favore di Draghi alla Merkel
15 novembre 2012, Milano. Mario Draghi all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Bocconi. (© Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)
Intervenuto alla Bocconi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, il Governatore della Bce Mario Draghi non ha tradito il suo proverbiale aplomb e non si è sbilanciato più di tanto sulle terapie che molti governi europei stanno somministrando ai loro Paesi per il risanamento delle finanze interne, e sull’intensità delle cure praticate.
MIX DI TAGLI E TASSE. Certo, ha detto che i tagli son da preferirsi alle tasse, e che la crisi attuale è figlia delle cattive politiche economiche e/o, in alcuni casi, di una prolungata inazione dei governi rispetto a delle criticità strutturali presenti nelle relative economie e già visibili prima della crisi.
RISANAMENTO IRREVERSIBILE. Ma, ciò posto, ha anche rilevato che, quale che sia la via preferenziale approcciata dai singoli Paesi per ridurre l’indebitamento (tagli o tasse, dunque, o un mix dei due), l’importante è che l’intento risanatore sia percepibile all’esterno come inequivoco e irreversibile: solo in presenza di una simile perseveranza nel rigore si può sperare di vedere ripristinata una durevole fiducia degli investitori su di un Paese e, dunque, anche sul relativo debito sovrano.
SU COSA DRAGHI HA GLISSATO. Dunque, non ha indugiato su taluni studi, partoriti in seno all’ FMI negli scorsi mesi, di cui in Italia ha dato notizia La Stampa, secondo i quali in tempo di crisi, per tenere sotto controllo le finanze, le tasse sono da preferirsi ai tagli, perché questi produrrebbero effetti maggiormente recessivi; né si è soffermato, come pure avrebbe potuto, sulla decisione degli Stati Uniti di rinviare Basilea 3, che legittimerebbe, a modesto parere di chi scrive, una scelta analoga anche in Europa.
IL FRENO SULL’EUROPEAN REDDEMPTION FUND. In verità, Draghi ha anche fatto qualche affermazione politica, quando ha ribadito che l’Europa ha bisogno di più integrazione, ma optando per la prospettiva gradualista (unione bancaria, fiscale, economica e solo in fondo, a completamento dei precedenti stadi, unità politica). E, in questo, ha tuttavia implicitamente tarpato le ali a quanti (e non sono pochi) ritengono che la prospettiva di un European redemption fund vada accelerata, quale unica, reale possibilità di alleggerire gli Stati di una buona parte del loro debito pubblico; difatti, è evidente che tale fondo, implicando una parziale mutualizzazione del debito, necessiti di una maggiore integrazione politica, che conduca perlomeno ad una struttura confederale.
UN APPROCCIO TROPPO GRADUALISTA. Scegliere l’approccio gradualista, che pure è probabilmente più saggio e in linea con lo spirito del tempo, visto il penoso spettacolo che si sta consumando sul bilancio correttivo UE per l’anno in corso e sul budget pluriennale, comporta tuttavia la messa in congelatore tanto del Redemption fund quanto degli eurobond : questo, oltre che logica conseguenza politico-costituzionale del mancato salto di qualità nell’integrazione tra le soggettività statali, è un sicuro punto dal quale la Germania (cui si deve la genesi dell’idea, pur non ancora assistita dal necessario imprimatur politico, del redemption fund, ma che pure è la più inflessibile sostenitrice dell’interdipendenza ontologica tra condivisione di sovranità politica e condivisione dei debiti sovrani) non defletterà. È proprio sicuro che non sia il caso di imprimere nuove accelerazioni, Mr. Draghi?
Monti e i tabù europei da infrangere
Stilare una pagella sul governo Monti si rivela un compito assai complesso poiché i fattori da tenere in considerazione sono molteplici e in base a quelli scelti o scartati la valutazione finale ne risulterebbe notevolmente influenzata.
15 novembre 2012, Milano. Il presidente della Bce, Mario Draghi con il presidente del Consiglio, Mario Monti, all'inaugurazione dell'anno accademico dell'università Bocconi. (© Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)
LUCI E OMBRE. Da un lato, la critica più profonda ai tecnici è di avere inasprito eccessivamente la pressione erariale per rimettere in sesto, per quanto possibile in dodici mesi, i conti dello Stato. Dopo che l’Ici era stata abolita dal governo Berlusconi, l’Imu ha rappresentato il simbolo per eccellenza di questa politica fiscalmente restauratrice. Dall’altro, uno dei meriti più evidenti è stata la discesa, dopo vertiginose recrudescenze, dello spread Btp-Bund da oltre 500 punti ai 356 attuali.
LA RITROVATA CREDIBILITÀ INTERNAZIONALE. Un risultato significativo perché mostra come l’Italia stia recuperando in termini di credibilità internazionale. Va da sé che la fiducia degli investitori stranieri resta essenziale nel mondo finanziario globalizzato al punto che i mercati possono decidere se far annaspare l’economia di un Paese, ritirando investimenti da piazze considerate non sicure. In questo contesto, certamente si è rivelato provvidenziale anche l’intervento estivo di Mario Draghi che proclamava come la Bce fosse pronta a mettere in campo tutte le proprie forze per salvare l’Euro.
TUTTI GLI INDICATORI ECONOMICI IN ROSSO. Eppure, volgendo l’attenzione all’andamento di debito pubblico, disoccupazione e risparmi delle famiglie, tutti i relativi indici segnalano un aggravio del quadro. A ciò si aggiunga che troppo poco è stato fatto per ridurre il flusso di denaro assorbito e sperperato dalla politica, mentre sulla legge elettorale lo stallo pare ancora insormontabile. Tuttavia, su questi ultimi temi non si può certamente biasimare il governo tecnico che dipende sempre dai partiti in Parlamento, i quali sono altrettanto liberi di mettere sotto il tappeto tutte quelle riforme che dovessero penalizzarli.
CRESCITA ZERO. A conti fatti, il maggior merito di Monti è stato certamente quello di ridare credibilità internazionale all’Italia. Avere un capo del governo che è ascoltato e rispettato a Berlino, Parigi, Londra e al di là dell’Atlantico è un punto dirimente perché ci si può difendere dall’imprevedibilità dei mercati solo con una solida rete di alleanze. Tuttavia, la grande assente è ancora una volta la crescita economica, ossia il rilancio della produzione, dell’occupazione e dei consumi. Questo governo ha dimostrato di avere tutti i numeri per far quadrare i conti e dare una raddrizzata alla gestione scriteriata della spesa pubblica, ma l’economia è tuttora impantanata: all’aggiustamento della «macchina Italia» non è seguita una ripresa, ma solo un lento arrancare nel migliore dei casi.
NUOVE REGOLE PER CRESCERE. E si capisce come la filosofia dell’attuale governo sia del tutto consona al mainstream europeo che, sotto la guida tedesca, persegue in primis rigore e austerità. Eppure, prima o poi (speriamo prima), l’Italia e l’Europa non potranno fare altro che tornare a crescere per sopravvivere nel sistema capitalista mondiale. E come?
RIFORMARE LE BASI DELL’UNIONE EUROPEA. Punto cruciale è certamente la messa in discussione − e qui il nostro Paese potrebbe tracciare la rotta da seguire − delle fondamenta alla base dell’Euro: si è mai vista una mega unione plurilinguistica di stati nazionali con una moneta comune, ma con un fisco diverso in ciascuno dei Paesi membri? Bisogna iniziare a rompere qualche tabù per scrollarsi di dosso la crescita zero: l’Euro ha bisogno di politiche fiscali sempre più armonizzate fra loro e, inoltre, di un sistema economico che tuteli la produzione europea per proteggersi dal flusso di beni a basso costo del lavoro provenienti, ad esempio, dall’Asia.
NEO-PROTEZIONISMO BEN TEMPERATO. D’altra parte, l’attuale struttura normativa che sovrintende il mondo del lavoro si è formata nei decenni delle economie circoscritte al perimetro della Cee, ma la globalizzazione e lo spalancamento delle frontiere hanno cambiato totalmente le carte in tavola e servono nuovi strumenti, nuove regole, nuovi parametri. Vi è la necessità di una svolta guidata da una razionalità senza pregiudizi per ridare fiato alla nostra produttività e al nostro benessere. Le soluzioni esistono: è consentito parlare di neo-protezionismo, in una forma temperata e ben calibrata, almeno finché i contesti produttivi internazionali non saranno più simili? E mi riferisco soprattutto al costo del lavoro che è talmente basso in alcune aree del mondo da vanificare ogni effettiva competizione economica. Arrivati a questo punto, bisogna mettere i dogmi da parte e affidarsi al coraggio, se non altro per aprire un dibattito profondo su come uscire dalle secche della recessione.
I paradossi della Merkel Politik
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Bisogna ammettere che la cancelliera tedesca Angela Merkel sa cavalcare molto bene il populismo. Soprattutto quando si tratta di un populismo che gode dell’appoggio delle principali testate giornalistiche. «Perché dovremmo pagare noi i debiti di quei fannulloni degli europei del sud?». Chi abbia letto anche solo il titolo di alcune delle più importanti testate tedesche, come Der Speigel e Frankfurter Allgemeine, sa che questo non è il motto propagandistico di qualche piccolo candidato a qualche oscura carica pubblica provinciale in Germania, ma è la sintesi del pensiero di giornali che finiscono in mano a milioni di tedeschi, molti dei quali non hanno una precisa idea delle cause di ciò che sta accadendo in Europa.
IL POPULISMO DELLA MERKEL. Dunque, tornando alla Merkel, perché non cercare di cavalcare un sentimento facile da condividere come l’egoismo? Perché non rinunciare al difficile compito di condurre una società e un’opinione pubblica verso un’idea più ampia dell’interesse comune? Perché non rifugiarsi nel comodo e semplice concetto confuciano secondo il quale meno il popolo sa e meglio è? Ecco dunque che la Merkelpolitik procede con forza e cecità verso la distruzione, quanto meno politica, dell’Unione Europea, la quale si rivela oltretutto un progetto per certi versi antistorico, vista l’abbondanza di conflitti intra-europei di cui è permeata la storia.
IL PREGIUDIZIO DA SUPERPOTENZA ECONOMICA. Per giunta il Merkel-pensiero si fonda su principi apparentemente solidi: la Germania è una delle primissime potenze economiche mondiali, dunque (apparentemente) non ha nulla da chiedere agli altri. Semmai in un’Europa che collassa diventerebbe facilmente l’unico approdo sicuro dal punto di vista industriale e, insieme alla Svizzera e forse al Lussemburgo, una delle mete preferite per parcheggiare i fondi salvati dal disastro di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna ed Italia, ovvero dei PIIGS. In altre parole, mors tua, vita mea.
14 novembre 2012, Madrid. La Spagna ha protestato contro l’austerity europea in una giornata di scioperi che ha coinvolto 23 Paesi dell’eurozona.(Cesare Manso/AFP/Getty Images)
E IL RAGIONAMENTO CHE NE DERIVA. Ma, anche il meno istruito dei tedeschi sa che molte delle auto e dei trapani tedeschi vengono venduti all’estero, dunque anche nei PIIGS. Pertanto, se questi Paesi falliscono, non c’è poi anche il rischio che la Germania venda meno auto e meno trapani? Certo che c’è, risponderebbe Frau Merkel. Anzi, succederà sicuramente. Ma il fenomeno sarebbe di impatto limitato e poi, in un’Europa che si sfascia, i capitali attualmente parcheggiati in quei Paesi scapestrati, arriverebbero in Germania, ovvero nel Paese dell’ordine e del rigore. I tassi di interesse tedeschi scenderanno a livelli ridicoli e le aziende germaniche potranno finanziarsi quasi gratis per 10 o 20 anni, riuscendo così a salvaguardare quasi del tutto l’occupazione e facendo sì che la Germania diventi ancora più potente, perché avrebbe assorbito i migliori capitali e i migliori lavoratori d’Europa.
CALCOLI SBAGLIATI IN UN MONDO GLOBALIZZATO. È un disegno surreale? È la trama di un’operetta? No, è maledettamente simile a ciò che sta accadendo. Il che ci induce a sospettare che in Germania ci credano, eccome! Anche perché questo ragionamento in un mondo tardo-ottocentesco forse (e sottolineiamo forse) potrebbe anche funzionare. Ma il problema per Angela Merkel e per i suoi accoliti è che il mondo economico odierno è assai più globalizzato di quanto si pensi. Il commercio mondiale è una realtà persino sovradimensionata rispetto alle reali esigenze. La finanza è arrivata al punto da creare denaro che non esiste, facilmente trasferibile mediante pochi clic su un computer. Chi specula contro di te molto spesso lo fa utilizzando denaro preso a prestito.
LA GERMANIA È INFATTI CAMPIONE DI EXPORT. E, soprattutto, la Germania esporta il 60% di quanto produce. Ovvero la Germania è la bottegaia per eccellenza. Dunque non può permettersi di essere troppo eccentrica ed egoista con i suoi clienti. Infatti ogni buon bottegaio sa che, nei momenti di crisi, a tirar troppo la corda si peggiorano le cose. Semmai il problema è non allentarla troppo quando le cose vanno bene. Ma la Germania si comporta da fabbro isterico e dunque si verificano situazioni paradossali.
I CINQUE PARADOSSI DELLA MERKELPOLITIK.
1) La prima è che i bassi tassi di interesse tedeschi rendono impossibile ai risparmiatori locali difendere i propri capitali dall’inflazione e li spingerebbero, loro malgrado, ad investirli in attività più rischiose, se non fosse per l’enorme campagna di disinformazione che viene effettuata ai danni dei Paesi più bisognosi.
2) L’altro enorme paradosso è che gli unici ad essere pessimisti in Germania sono proprio gli imprenditori, cioè coloro che dovrebbero assicurare costantemente l’opulenza necessaria a garantire la sostenibilità della Merkelpolitik.
3) Il terzo paradosso è che la Bundesbak chiede una maggiore indipendenza della Banca Centrale Europea quando si tratta di combattere contro l’inflazione, ma poi è la prima che la ostacola quando si tratta di difendere il debito dei PIIGS.
4) Il quarto paradosso è che nei mesi scorsi la Germania ha preteso un piano di rigore (il Fiscal Compact) chiaramente recessivo, quando negli anni passati è stata lei stessa a violare ampiamente (assieme alla Francia) il Patto di Stabilità.
5) Il quinto paradosso è che la Spagna non ha nessuna intenzione di essere salvata in cambio di un limite alla sua sovranità finanziaria e non chiede gli aiuti che sono già stati predisposti (ovvero l’OMT).
EFFETTI CONTRARI A QUELLI DESIDERATI. In altre parole, la Merkelpolitik sta producendo soprattutto effetti contrari rispetto a quelli voluti, ovvero è un fallimento totale. Pensate che sia tutto? Niente affatto. Manca l’ultimo e forse più devastante effetto finale. Ovvero, se questo disegno delirante dovesse aver successo, cioè se davvero la fortissima riduzione di debito pubblico dovesse realmente produrre un’Europa forte dal punto di vista finanziario, la tegola finale potrebbe essere un fortissimo apprezzamento dell’Euro nei confronti del Dollaro e dello Yen, che vorrebbe dire la morte delle esportazioni di tutti i Paesi europei, non solo della Germania. E poi dicono che il problema è l’Italia.
Il coraggio di Mario Draghi
3 settembre 2012. Il presidente della Bce, Mario Draghi, al suo arrivo al Parlamento europeo dove ha tenuto un'audizione a porte chiuse dinannzi alla Commisione affari economici. (JOHN THYS/AFP/GettyImages)
A certe condizioni, «l’acquisto di bond di Paesi membri in difficoltà da parte della Bce, è perfettamente legittimo e non configura un aiuto finanziario». Mario Draghi porta avanti la sua battaglia contro chi (la Bundesbank di Jens Weidmann, in primis) vorrebbe limitare il raggio d’azione della banca centrale europea.
Tuttavia, come scrive Simon Tilford (Les Echos, Can Draghi Be Believed?) qui non è in gioco tanto la credibilità di Draghi, «in quanto l’ultimo programma di acquisto di bond sarà sufficientemente ampio da evitare a Draghi di perdere la faccia». La posta in gioco invece – continua Tilford – «è la credibilità della Banca centrale, della sua credibilità come prestatore di ultima istanza. Ed è per questo che un costo alto del debito di Paesi come l’Italia e la Spagna, non è a lungo sostenibile».
La crisi del debito sovrano in Europa, o meglio le risposte a questa crisi, finiscono per modificare il profilo delle istituzioni europee, prima fra tutte, naturalmente, la Bce, che è la più esposta sul fronte dei mercati. «Per ora, quel che si può rilevare» – ha scritto Giuseppe Carmine Pinelli su LetteraPolitica «è una caratteristica propria delle istituzioni che, una volta create, riescono autopoieticamente a ridefinire, con successivi adattamenti, il proprio ruolo (sempre nel quadro delle regole giuridiche e della legittimazione giuridica, ovviamente), giustificando e rafforzando la ratio della propria esistenza».
Certo questo processo di adattamento alle mutate condizioni, crea tensioni tali da giustificare le preoccupazioni di Lorenzo Bini Smaghi (Financial Times, The ECB should keep a lid on dissent) circa la tenuta dell’indipendenza della Bce. Infatti, riflette Bini Smaghi, poiché non si è compreso che «i membri del direttivo della Bce non rappresentano gli interessi dei rispettivi Paesi», sarebbe bene che da parte loro venisse limitata al massimo l’espressione del dissenso, «specie quando coincide con quello che pensa larga parte dell’opinione pubblica del Paese di appartenenza». Il rischio, infatti, conclude Bini Smaghi, «è di dare l’impressione che lo stesso dibattito interno alla Bce è politicizzato e che i suoi membri, invece di essere indipendenti, portano avanti interessi di parte, ciascuno del proprio Paese».
Prove generali di collasso
Lunedì nero annunciato per le borse europee. Con la speculazione che concentra tutta la sua potenza di fuoco su Spagna e Italia, i fronti dell’eurozona in questo momento più esposti alla crisi (ad eccezione della Grecia, ovviamente, anche se non si sa per quanto ancora Atene resterà nell’area euro), facendo balzare i rispettivi spread con i titoli tedeschi e spingendo a picco le piazze finanziarie di Madrid e Milano.
Se l’intenzione era di allestire una prova generale in grande stile, allo scopo di saggiare le reazioni della politica ad attacchi di simile violenza, allora per la speculazione il risultato è stato senz’altro positivo.
Perché il fatto di questa giornata che colpisce di più è il silenzio delle istituzioni, in primis quelle europee. Persino Mario Monti oggi è parso lontano, non solo perché si trova a Mosca, ma perché la sua dichiarazione «bisogna puntare sull’economia reale», per quanto condivisibile, oggi è sembrata sfasata, come una voce fuori sincrono mentre scorrono i listini in rosso delle piazze finanziarie.
È vero che la Bce, nella persona del suo presidente Mario Draghi, solo domenica scorsa aveva definito l’euro una scelta irrevocabile descrivendo l’istituto di Francoforte pronto a ogni tipo di intervento senza tabù di sorta.
Ma di fatto oggi, durante la battaglia finanziaria, l’unica boccata d’ossigeno è arrivata dalla Consob che, con lo stop delle vendite allo scoperto sui titoli finanziari per tutta la settimana, ha dimezzato le perdite di Milano. Offrendo così anche una misura indiretta del peso della speculazione.
E come non essere d’accordo con Adusbef e Federconsumatori quando chiedono che il divieto divenga permanente, sostenendo che «in qualsiasi altro settore vendere qualcosa che non si possiede è una truffa». Perché allora e quanto a lungo bisogna continuare a tollerare «l’eccezione» della finanza?
È ancora una volta il caro vecchio tema delle regole. Se è vero che un mercato eccessivamente regolato può soffocare, un mercato del quale vastissime regioni rimangono sregolate, può generare crisi a ripetizione e shock sistemici.
Anche questa giornata ha dimostrato che la crisi europea è prima di ogni cosa una crisi politica.














